Ogni luce porta con sé la propria ombra. Non per negarla, ma per esistere davvero.
L’ombra accompagna ogni cosa: è segno di presenza e, allo stesso tempo, di perdita; ciò che sfugge alla luce ma ne conserva la forma. È il luogo dell’invisibile, di ciò che la storia ha taciuto, che la memoria ha smarrito, che la ricerca talvolta non riesce a illuminare. È anche la parte che abita dentro di noi — timori, desideri, pensieri rimossi — e che solo l’ascolto consapevole può riportare alla superficie.
Nel mondo antico, come nel cinema, l’ombra non è assenza, ma profondità: è soglia, luogo di ritorno delle voci dimenticate, dei gesti minimi, delle vite rimaste ai margini del tempo. In essa trovano spazio figure che la luce tende a escludere: donne, minoranze, sguardi eccentrici o non conformi, frammenti che non si allineano ai canoni del racconto dominante.
Da questa consapevolezza prende forma il tema della XV edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema Archeologico, che quest’anno si sdoppia e si amplifica, trovando casa a Catania e a Licodia Eubea: due città dell’anima che si osservano e si riflettono, volto e controvolto di un unico percorso di esplorazione e dialogo. Non una separazione, ma un passaggio che moltiplica prospettive.
Anche l’affiche di questa edizione restituisce il gioco di specchi: un volto duplice, sospeso tra l’imperturbabile quiete di una kore e la forza perturbante di un daimon colmo di vita e mistero.
Trentuno film italiani e internazionali — tra prime assolute, nazionali e regionali — insieme a incontri e appuntamenti speciali, daranno corpo e voce a questa riflessione, restituendo al pubblico, in una costellazione di storie, linguaggi e sguardi, le molte forme dell’invisibile. Perché ogni luce ha bisogno della propria ombra per esistere.
Ed è forse proprio lì, dove la visione si fa incerta, che comincia davvero la conoscenza. Riusciremo così a salvarlo, questo nostro patrimonio? Chissà.
Comunque ci avremo provato.